Il sogno di Ferragosto

sostituendosi, nei fatti, a un marito debole e sognatore che, dieci anni dopo il matrimonio, aveva preferito andarsene con una donna fragile e allegra come lui. Mangiate composti, non si ride a tavola, prima il dovere e poi il piacere, hai messo le pattine?, hai lavato le mani? devi spazzolare le unghie, ripeti dieci volte la poesia, non si grida, dritta con la schiena, non dare confidenza, niente smancerie, devi sempre pretendere il massimo, hai spazzolato i vestiti? lucida e scarpe…Elvira aveva quasi ottant’anni e viveva sola da tempo: sua figlia Giulia si era trasferita definitivamente a Londra, accanto al marito inglese mentre il maschio, Marco, ingegnere di successo in una multinazionale americana, aveva lasciato Milano e viveva a New York, oramai da due anni. Elvira era una donna autonoma che sapeva badare a se stessa: la sua giornata era pianificata nei minimi dettagli e in questo modo, seguendo un programma ben prestabilito che prevedeva la cura del corpo e dello spirito, aveva raggiunto la sua bella età conservando lucidità mentale e vigore fisico. Alternava passeggiate a semplici esercizi ginnici, leggeva ogni sera prima di addormentarsi, ascoltava le notizie dei telegiornali, si incontrava con Carla, la sua amica di sempre, per sentirsi meno sola e, ogni giorno, si dedicava alla sua vera passione: la cucina. Tra due giorni sarebbe stato Ferragosto ed Elvira, chiusa nella sua casa del centro di Milano, sapeva che, come sempre,  come ogni grande evento e come ogni altra festa comandata, l’avrebbe trascorso da solaGiulia e Marco, infatti, non l’avrebbero raggiunta in Italia e Carla era partita per la Puglia, a casa della figlia.
Ricacciò la tristezza che, al pensiero di stare sola, la colse inaspettatamente, come un ladro che sopraggiunge di notte e ti prende alle spalle: no, mai arrendersi alla commozione, alla debolezza, ai sentimentalismi. Doveva essere forte, come un vero sergente, proprio come le aveva insegnato suo padre. Sorrise con compassione ed ironia al pensiero di tutti i suoi coetanei i quali, riunendosi nei centri anziani di quartiere, avrebbero festeggiato mangiando i pasti caldi offerti loro dal Comune e serviti in orribili piatti di plastica e avrebbero brindato al ferragosto in altrettanti orribili bicchieri di plastica, illudendosi, così, di essere meno soli. No, Elvira Crociani non era il tipo: avrebbe preparato la tavola per bene, con la tovaglia di lino e i piatti del servizio buono e avrebbe gustato, in compagnia di se stessa, un pranzo completo, dall’antipasto al dolce, che sembrava essere stato preparato per lei da uno dei migliori chef italiani.
Guardò l’orologio; erano le quattro di pomeriggio; si sentiva stanca. Andò in cucina, si versò un bicchiere di tè freddo che aveva preparato al mattino, sgranocchiò alcuni salatini e si accomodò sul divano del salotto. Il caldo torrido toglieva il respiro. Si mise a pensare a cosa avrebbe cucinato per il 15 agosto e dolcemente, cullata dai pensieri sparsi che le affollavano la mente, il sonno si impadronì di lei. E con il sonno, il sogno. “Eccomi seduta alla tavola apparecchiata elegantemente e ravvivata dal cesto di rose gialle e lilium viola che Guido, mio marito, mi ha regalato e che ora mi siede accanto e  mi sorride felice,  mi chiama amore. C’è anche Giulia e il suo marito inglese, sorridente come sempre e c’è anche Marco con la nuova amica, l’ultima della serie, una bionda americana dal seno grande, che mangia e dice sempre yes. Ecco Carla con Aldo, sorridenti e felici di stare con noi. Parliamo allegri e ci gustiamo il mio pranzo; abbiamo gli occhi brillanti per la gioia di ritrovarci tutti insieme. Leggo nei loro sguardi il piacere del gusto di questi spaghetti alle vongole che ho cucinato stamattina: dopo averle accuratamente lavate, le ho fatte aprire e le ho sgusciate, tranne ovviamente qualcuna, che mi è servita per decorare i piatti. Ho tritato finemente il prezzemolo con la mezzaluna, assieme all’aglio spellato. Ho fatto soffriggere il trito insieme all’olio extravergine, aggiungendo mano mano l’acqua di cottura filtrata. Ho lessato gli spaghetti e, dopo averli uniti alle vongole, ho fatto saltare il tutto a fiamma vivace, girando velocemente: ho infine decorato i piatti con le foglie di prezzemolo e con  un filo di olio a crudo. Guido li assapora con gusto, quasi fossero i miei baci di quando eravamo giovani sposi e sorseggia, guardandomi negli occhi, un bicchiere di Santa Margherita di Belice, il cui sapore delicato, fresco, armonico e vivace gli ricorda  il nostro amore. Il condizionatore acceso rinfresca delicatamente l’aria e tutti siamo felici di trovarci qui, con me e  attorno a me, che sorrido loro serena e mi diverto amorevolmente per la goffaggine di mio marito che ha fatto rovesciare un bicchiere di vino sulla tovaglia buona: si laverà, lo rassicuro, e allora lui mi prende le mani e me le tiene  strette tra le sue. Davvero non ti arrabbi? Mi dice stupito. Ma certo, gli rispondo, non ho intenzione di rovinare un pranzo per un po’ di vino rovesciato sulla tavola. Servo la frittura di pesce di triglie, alici, calamaretti, gamberetti e pezzetti di baccalà: li ho passati nella farina, ne ho tolto l’eccesso e li ho buttati nella padella colma di olio bollente. Li ho ritirati col mestolo forato e, prima di portarli in tavola, li ho fatti asciugare su un foglio di carta da cucina. Li ho regolati di sale ed eccoli qui, adagiati su questo elegante vassoio da portata, con accanto spicchi di limone di Sicilia, pronti per essere mangiati unitamente alla misticanza fresca e fragrante, condita con l’aceto balsamico rosso. L’Albana di Romagna secco, dal colore tendente al dorato, decisamente asciutto e tannico, renderà questo piatto insuperabile. Servo ancora pesce spada affumicato, condito con olio, limone e pepe, accompagnato da rucola, olive verdi e nere. Guardo dolcemente Marco che gusta il mio pranzo e mi guarda come un figlio riconoscente ed amabile può guardare la sua mamma. Sorrido indulgente a Peter che non riesce proprio ad apprezzare la mia cucina, abituato com’è a ingurgitare solo cibo inqualificabile. Giulia invece non fa che dirmi è buonissimo: “Mamma, grazie”.
Manca solo il dolce: ho preparato una macedonia di frutta fresca e vivace: l’arancio del melone, il rosso dell’anguria, il giallo delle pesche, il bianco delle pere, il verde dell’uva è un composto colorato sormontato da gelato alla crema pasticcera. E’ finito il pranzo e io sono felice perchè mi sento amata da tutti i miei cari. Davvero amata. Vado in cucina a preparare il caffè. Torno nella sala…è vuota, non c’è più nessuno. Solo un piatto d’argento, al centro della tavola, al posto dei fiori che non ci sono più. Dove saranno andati, mi chiedo. Forse è uno scherzo. I tovaglioli appoggiati ai lati dei piatti, i bicchieri ancora pieni di vino, le sedie allontanate dal tavolo. Sul piatto c’è una busta di carta; la apro, contiene un biglietto per me: ”Siamo stati bene. Finalmente ci siamo riuniti dopo tanti anni. Per fortuna Elvira non c’era, ma c’eri tu al suo posto, dolcissima mamma, adorata moglie e unica amica, impareggiabile cuoca, delicata e attenta ai nostri desideri, come Elvira non è mai stata. Grazie.” Elvira si svegliò tutta sudata, con il cuore che le batteva forte. Si alzò di scatto e la testa le girò;  si precipitò nella sala: vuota, perfettamente ordinata. Andò in cucina: pulita, con i fornelli spenti e il lavandino splendente. Tornò in salotto e si sedette, agitata, sul divano. Prese la testa tra le mani tremanti e gli occhi le si riempirono di lacrime, perchè sapeva che avrebbe consumato il pranzo di ferragosto da sola, svogliatamente, amareggiata dal rimorso del passato e persa nel rimpianto di un sogno di un pomeriggio d’estate.

Foto di repertorio