Meteoenologia

Davanti a una tazza di caffè fumante lo sguardo si spinge lungo un ampio tratto di Cromwell Road, proprio di fronte al Museo di Storia Naturale. Il traffico è lento e si muove svogliato su questa importante direttrice che attraversa il quartiere di North Kensington a Londra.Attraversano la strada, da poco pulita dai quasi trenta centimetri di neve accumulati nelle ultime ore di inizio gennaio 2010, scolaresche intirizzite, intente a scomparire veloci e furtive nel caldo museo, che con le sue due guglie “imperiali” dà prospettiva e volume a un cielo greve e ancora carico di neve. Questa era Londra nei primi giorni di quest’anno, una cartolina in realtà non proprio inedita della capitale britannica, ma sicuramente inconsueta in questi ultimi tempi. Non è facile parlare di Global warming nell’anno dell’inverno più rigido che la terra di Albione abbia visto da trent’anni a questa parte. Ma il tema va ben oltre l’andamento climatico stagionale.
Alla fine del 2009 si era conclusa a Copenhagen la conferenza sul clima delle Nazioni Unite. Un vertice, enfatizzato da mille speranze, risoltosi, come già molti affermavano, in un nulla di fatto. Nonostante la presenza dei maggiori capi di stato, tra cui il presidente Obama che sul clima si gioca gran parte del programma presidenziale, come dimostrano in questi giorni i problemi nella gestione della fuoriuscita di petrolio nel Golfo del Messico, e delle forti prese di posizione dei paesi in via di sviluppo, la dialettica della conferenza ha saputo partorire un “topolino” politico, neppure capace di ribadire gli impegni di Kyoto.
Tema assai controverso, il Global warming divide in modo estremamente manicheo il mondo scientifico, avvelenato, nell’autunno del 2009, dalle intercettazioni di alcune conversazioni tra climatologi inglesi che sembrerebbero aver messo in luce una sorta di “complotto catastrofista” per tenere artificiosamente alta la tensione sul problema clima e magari aiutare qualche “azienda amica” nel campo delle energie rinnovabili. Nonostante tutto, è innegabile che negli ultimi due lustri si sia assistito a una straordinaria serie di annate piuttosto miti anche, e soprattutto, a latitudini settentrionali, caratterizzate da generalizzati aumenti della temperatura media. Quest’ultimo aspetto ha provocato lo spostamento verso nord della fascia di allevamento di molte colture, tra cui la vite. Dal punto di vista vitienologico, la nazione che più sta traendo vantaggio dal Global warming è la Gran Bretagna, da sempre limes settentrionale della viticoltura europea. Negli ultimi dieci anni nella terra di Albione si è assistito a un crescente utilizzo di uve a bacca rossa, varietà tabù fino a un decennio fa, relegate solo alla sperimentazione. Questo trend si inserisce in un complessivo e sensibile miglioramento qualitativo del vino britannico, legato a due aspetti: la crescente esperienza dei winemaker e una materia prima più ricca di zuccheri e più sana. Vedere raccogliere grappoli rossi sui rotondi crinali del Surrey, del Sussex o del Kent non è quindi un miraggio, ma il moderno ritratto di un vigneto tra i più dinamici e intraprendenti d’Europa. “È innegabile che i cambiamenti climatici abbiano anticipato la maturazione delle uve e conseguentemente la vendemmia nel Regno Unito negli ultimi venti anni, cosa che ha provocato un clamoroso incremento della qualità dei vini fermi e la possibilità di produrre spumanti di alto valore utilizzando la varietà della Champagne”. A parlare così è Chris Foss (nella foto d’apertura), Preside del Dipartimento Studi Vinicoli del Plumpton College (nella foto in chiusura), università indirizzata al mondo dell’agricoltura e dell’allevamento, che mette in evidenza i progressi di una viticoltura comunque ancora piccola nei numeri: 1.106 ettari, di cui 785 in produzione che nel 2008 hanno realizzato poco più di 1 milione di bottiglie di bianco e 300 mila di rosso. Tuttavia, l’Inghilterra in un passato lontano ha conosciuto una sorta di età dell’oro della vite e del vino … Foto Plumpton College

To be continued