Strangolapreti! Strozzapreti!

E come mai un simile turpiloquio è diventato sinonimo di ghiottoneria pastaria? Cesare Marchi, nel suo divertente viaggio sentimentale intitolato Quando siamo a tavola, li fa nascere nel Trentino della Controriforma e li descrive come degli gnocchi confezionati con il pane, poca farina, colorati di verde; ma se veramente – come ci racconta la leggenda – tutti i giorni ne comparivano terrine fumanti sulla tavola dei principi-vescovi che partecipavano al Concilio di Trento, beh, questi squisiti gnocchetti dovevano navigare nell’ottimo burro e avvilupparsi nel profumato formaggio delle Alpi. Oggi, in Trentino, ve li servono nello stesso modo, ma sono degli ottimi grossi gnocchi verdi dalla forma ovoidale. Questo termine riferito alla pasta è molto antico, se lo troviamo in area napoletana in un documento della Corte angioina. Qui lo chiamano  strangola previtj  e la ricetta prevede di confezionarli con un impasto di caciocavallo, ricotta, mandorle e uova, profumato con l’acqua di rose. E che la golosità fosse prerogativa di preti ghiottoni si spiega forse con il fatto che in una società rurale fortemente religiosa, il sacerdote era il personaggio più a contatto con la realtà quotidiana e chi andava ad assistere alla Messa nelle feste comandate sicuramente avrà portato al parroco, magari con lo scopo nascosto di farsi perdonare qualche peccato in più, un piccolo omaggio dalla campagna oggetto del lavoro della famiglia: saranno state uova o farina, oppure una gallina o un paio di salsicce, se era l’epoca di ammazzare il porco. Ecco perché la dispensa della canonica era sempre la più fornita. Il termine di strozzapreti legato ad un elaborato di acqua e farina dal vario formato lo troviamo diffuso lungo tutto lo Stivale. Un viaggiatore della metà dell’Ottocento rileva che a Napoli i maccheroni lavorati a mano son dai monaci detti strangolapreti e dai preti son domandati strangola monaci. Nell’anticlericale Romagna, ancor oggi si sostiene che solo qui si preparano autentici strozzapreti, mentre in Toscana un tempo, durante i lavori di pulitura del grano nell’aja si cantava: “…preti, porci e polli non so’ mai satolli…”, e qui gli strozzapreti sono degli gnocchetti preparati con la bietola e la ricotta. A Roma, per ovvie ragioni di correttezza politica, non si preparano strozzapreti, ma appena ci si incammina per una delle vie consolari in uscita dalla Capitale, ecco che non è difficile farsi servire un piatto di grossi spaghettoni chiamati, appunto, strozzapreti. Dello stesso formato, in Calabria, si possono gustare gli “strangugliaprieveti”, mentre in Sicilia gli affucaparrinii sono piccoli gnocchetti dolci e fritti.
Sul termine, naturalmente si sono anche scatenate le intelligenze e le fantasie degli studiosi che ne hanno addirittura trovata una radice greca: dalla voce stròggulo-pléuros, che significa “dai fianchi rotondi”, con riferimento alla forma tondeggiante che lo gnocco primigenio ha avuto su tutto il territorio. Ma a noi poco importano la diatribe letterarie; molto meglio sapere che…paese che vai, strozzapreti che trovi! 

Foto di Oretta Zanii De Vita