Natale

Qualche giorno prima lo aveva chiamato Luca, da Parigi.
“Papà, vieni da noi. I bambini e Catherine ti aspettano!” gli disse, cercando di convincerlo a raggiungerli.
Ma Giorgio preferiva restare a Trento, al caldo della sua casa e protetto dai suoi ricordi, anche se gli avrebbe di certo fatto piacere rivedere i nipoti.
Dieci anni prima Luca si era, infatti, trasferito definitivamente in Francia insieme alla moglie Catherine e a tutta la famiglia di lei: madre, padre, due sorelle, un fratello, due cani e un gatto in una grande casa della zona ovest di Parigi, un quartiere residenziale della capitale.
No, troppa confusione: preferiva decisamente la sua piccola Trento, raccolta, silenziosa, ordinata.
Anche Aldo, il suo amico di sempre che abitava al piano di sotto insieme a Paola, la moglie, lo aveva invitato con entusiasmo.
Giorgio si sedette in poltrona per sorseggiare un brandy e, assorto nei suoi pensieri, non si accorse che qualcuno stava suonando alla porta.
Era Aldo.
“Sei davvero invecchiato, Giorgio. Non senti più neanche il campanello. Dai, vieni stasera da noi. Non puoi cenare da solo, il 24 dicembre! Saremo io, Paola, te e un’amica …te la ricordi? Flavia… che ne puoi sapere? E’ una bella donna…. Mica puoi rassegnarti a stare sempre da solo!” aggiunse complice.
Giorgio gli sorrise. Quante cose Aldo non immaginava, non poteva immaginare. No, nessun’altra donna avrebbe mai potuto sostituire Gianna nel suo cuore.
“No, grazie. Veramente. Preferisco di no, non insistere, ti prego”.
Andò in salotto e accese il presepe.
Il suo presepe, uguale a quello di sempre che allestiva con Luca quando, ancora bambino, lo aiutava a scendere in cantina a prendere le scatole con i pupazzi per cominciare a lavorare: la base di legno, le scatole per le montagne, la carta stellata per il cielo, le lucine nelle case diroccate, lo stagno, il fiume con l’acqua vera e il ponticello, la fiamma del fuoco, la mangiatoia, la neve con la farina passata al setaccio.
Ma il momento più emozionante era quello della disposizione dei pupazzi, incartati uno ad uno con il giornale dell’anno prima.
Un rito, quello del presepe, a cui Giorgio non aveva voluto rinunciare neanche in questo Natale, anche se Gianna era morta e Luca era lontano da lui.
Fu una decisione improvvisa, un moto spontaneo.
Si alzò di scatto e si precipitò in cucina, rosso in viso per l’emozione. Il cuore gli batteva forte.
Una bella idea, sì, davvero una fantastica idea. Non sarebbe più stato solo. Non avrebbe cenato da solo.
Indossò il grembiule azzurro, il suo preferito, e cominciò. Aprì il frigo: era pieno.
Si dedicò agli antipasti con un tris di affumicati. Prese quindi il salmone e lo dispose su un piatto da portata: belle fette, sode e rosa dal profumo invitante. Fece lo stesso con il pesce spada, cotto alla brace, che condì con aglio e prezzemolo e che adagiò vicino a fette di tonno crudo. Il Müller Thurgau sarebbe stato perfetto.
Per primo preparò le linguine al tonno in bianco. Mise l’acqua per la cottura della pasta e in un pentolino fece soffriggere l’aglio e l’olio per poi versarvi il tonno freddo che, a contatto con l’acciaio rovente del tegame, sbuffò come un mantice arrabbiato. Prese dal frigo un Frascati Superiore per esaltare la sapidità della portata.
Con la farina preparò una pastella delicata e soffice che avrebbe avvolto, come un manto di seta, i carciofi, i cavolfiori e i filetti di baccalà da friggere a fuoco vivace e da accompagnare con un Verdicchio dei Castelli di Jesi.
Ci voleva un dolce, certo: un panettone da farcire con crema pasticcera, dolce e compatta, che preparò con le uova, il latte e il limone e che spalmò abbondantemente sulle fette tagliate spesse un centimetro. Decise per un Moscato d’Asti.
Apparecchiò la tavola; contò i posti: uno, due, tre, quattro, cinque e sei. Si, sei potevano andar bene. Magari il prossimo Natale avrebbe invitato gli altri, quelli rimasti fuori al primo invito.
Prese dal cassetto la tovaglia di lino bianca e rossa, quella a cui Gianna teneva tanto, i bicchieri di cristallo, i piatti del servizio buono, le posate d’argento.
Accese una candela appoggiata su un tappeto di vischio, sistemò i vini e fece accomodare i suoi ospiti.
Maria ebbe il posto d’onore; vicino a lei, Giuseppe.
Giorgio sedette tra il pastore infreddolito e la lavandaia dalle mani screpolate dall’acqua gelata; di fronte c’era lo zampognaro che rallegrava la serata.
Il cestino del pane, disposto al centro della tavola, era la culla ancora vuota, in attesa della mezzanotte e di Gesù.
La cena iniziò in silenzio e in raccoglimento, con i commensali che, sorridendo, fissavano Giorgio  riconoscenti per averli tolti dal freddo della mangiatoia, che nessun bue e nessun asino sarebbero riusciti a scaldare e per averli liberati dal buio di quella notte, che nessuna cometa sarebbe riuscita a illuminare.