Mazara del Vallo, capitale dell’arte e del vino (II parte)

Il bronzo, esposto nel museo locale, raffigura un personaggio maschile nudo che danza in modo vorticoso col capo rivolto verso l’alto, il volto rapito in un’estasi divina: un’opera d’arte del periodo ellenistico (III sec. a.C), forse facente parte di un corteo dionisiaco, divenuta simbolo di Mazara. Una città ricca di chiese e monumenti, che si distingue nel panorama isolano non solo per essere uno dei porti pescherecci più importanti d’Italia, ma anche come centro d’arte e punto di riferimento di un entroterra benedetto dal dio Bacco. E se i pescatori hanno sempre detto “chiddru mari ricchizza è” (questo mare è ricchezza), lo stesso vale per il vino, altra importante risorsa importante. Un’antica vocazione vinicola testimoniata anche dal vicolo del Cortile, una delle più suggestive stradine del centro storico mazarese, dove si trova una ceramica murale che rappresenta il brigante Satalaviti (cioè Saltaviti), un fuorilegge ritratto nel tentativo di sfuggire alle guardie borboniche scappando tra folti vigneti. Non a caso Mazara è il comune più vitato d’Europa, celebre per la sua produzione vinicola, ma anche per una ricca gastronomia. Basti pensare alla caponata (nome derivato forse dal latino caupo, cioè taverniere), una piatto a base di olio, aceto e ortaggi, la cui versione più nota è quella di melanzane, arricchita da sedano, cipolle, capperi, pomodori e un pizzico di zucchero: una bontà cui fa eco la pasta col pesto alla trapanese, un condimento composto da abbondante aglio, basilico, mandorle ridotte in poltiglia, pomodori ben maturi e olio. Sapori schietti e semplici come i formaggi di pecora e le olive locali, soprattutto la Nocellara del Belice dal gusto superbo, cui si giustappone la cassata, sontuoso dessert, blasone della dolcezza sicula, a base di ricotta, cioccolato a pezzetti e canditi sposati al Pan di Spagna in un mirabile matrimonio. Delizie celebrate da eccellenti bottiglie, come quelle dell’Azienda Vinicola Ajello (Contrada Giudeo, www.ajello.it), i cui vigneti risalgono al 1860, anno dei primi impianti opera dell’avo di Salvatore. “Mio padre ha tramandato a me quella stessa passione che oggi io cerco di trasmettere ai miei figli”, dice, “attraverso la filosofia di lasciar fare alla natura la maggior parte del lavoro”. Ciò significa che nelle sue bottiglie si ritrova la ricchezza, la vitalità e la struttura dei magnifici grappoli di vitigni autoctoni come lo Zibibbo, il Grillo, l’Insolia, il Catarratto, il Nero d’Avola e degli alloctoni Syrah, Cabernet Franc e Cabernet Sauvignon. Custode della qualità, Salvatore sorveglia con il contributo dell’enologo De Filippi la maturazione delle uve, raccolte in parte a mano nelle Tenuta di Contrada Giudeo. Centoventicinque ettari confinanti col fiume Màzaro, una parte dei quali sovrastati da un bellissimo baglio, esempio di dimora in pietra, di cui è disseminata tutta la zona. Tre generazioni al servizio del vino, frutto di vigneti collocati a 200 metri sul livello del mare, impiantati su terreni argilloso-calcarei ben ventilati: una posizione felice che ha permesso alla sapienza di una famiglia di scrivere alcune pagine dell’enologia locale.

La vigna nell’oasi
A due passi da Ma zara, immersi nel mezzo di un’oasi del WWF, si trovano i centotrentacinque ettari dell’Azienda Gorghi Tondi (Contrada San Nicola, www.gorghitondi.com). Un nome mutuato dall’area naturalistica in cui è situata la casa vinicola della famiglia Sala, emblema di una Sicilia incontaminata popolata di aironi, falchi e germani reali. In un’atmosfera fuori del tempo Annamaria e Clara, col supporto dell’enologo Lamia, gestiscono le vigne e la cantina con rara dedizione: giovane compagine imprenditoriale che dell’essere donna ha fatto la sua forza, grazie sia dell’esperienza centenaria del bisnonno, che acquistando questo luogo intuì le potenzialità di questo luogo, sia dei nuovi impulsi della viticoltura moderna. E’ un’armoniosa combinazione di paesaggio e viti, trasmessa in ogni bottiglia, come dimostra l’assaggio del Kheirè, un bianco IGT ottenuto da uve Grillo 100%, e del  Rajàh, Zibibbo 100%, anch’esso IGT. In una cantina mirabile per struttura, modernità e manutenzione, nel mezzo di un paesaggio selvaggio, nascono altre perle Gorghi Tondi, quali il Meridiano 12 (Catarratto 100%), intensamente aromatico, e il Nero d’Avola, caldo e armonico, entrambi vini di notevole forza. Di rara bontà il Riarso, uno Zibibbo DOC, passito dai riflessi dorati, come quelli dell’Oro di Dora, un vino intitolato alla nonna di Annamaria e Clara; frutto di uve Grillo 100% provenienti da un vigneto affacciato sul mare, i grappoli attaccati dalla Botrytis Cinerea, una muffa nobile, diventano poi un vino che è un vero capolavoro. Mare e terra, sole e cielo, numi tutelari di Mazara del Vallo e dei suoi dintorni, fanno di questa terra un lembo felice di Sicilia che vale la pena di conoscere.   

Da non perdere
 Le saline
Un paesaggio mozzafiato, quinta di uno spettacolo en plein air, le saline di fronte all’isola fenicia di Mozia (sulla strada che da Trapani porta a Marsala), sono il luogo dove si produce una parte del sale di Sicilia. Enormi mulini , un tempo strumento per pompare acqua e macinare il sale, si stagliano all’orizzonte in uno scenario suggestivo di rara bellezza, affacciati su strisce d’acqua suddivise da linee di terra che formano una sorta di scacchiera irregolare. Un liquido sfondo di mare che diventa abbacinante allorquando, in estate, si raccoglie il sale, che forma algide montagne rilucenti al sole.

Festa di San Vito 

Patrono di Mazara del Vallo, a lui la città dedica i festeggiamenti che si svolgono tra la penultima e ultima settimana di agosto. Un cerimoniale che ripercorre la vita del santo e le vicende storiche del suo tempo: una fascinosa processione notturna con fiaccolata fino al santuario a mare si conclude con lo iocu di focu a diunu,, un gioco pirotecnico che sveglia la città per prepararla ai festeggiamenti.

Mazara del Vallo per l’ecosostenibilità

In due tonnare dimesse poco oltre Mazara il Prof. Salvatore Mazzola dirige un Istituto di ricerca per l’ambiente marino costiero, che ospita biologi e geologi marini di un gruppo che studia Ecologia della pesca.

 

 

Pasta col pesto alla trapanese

Ingredienti per 4 persone

4/5 grossi spicchi d’aglio

un mazzetto di basilico

4 cucchiai colmi di mandorle spellate

300 g di polpa di pomodori maturi

olio extravergine d’oliva

sale

In un mortaio pestate le mandorle spellate e crude fino a ridurle in poltiglia: toglietele dal mortaio e tenete da parte. Pestate poi gli agli sbucciati insieme al basilico lavato e asciugato: ruotate il pestello lungo le pareti del mortaio  senza martellare. Unite man mano dell’olio finché la salsa diventa cremosa. Mescolate entrambe le preparazaioni e unite la polpa matura dei pomodori passata al setaccio. Arricchite il pesto con 3 cucchiai d’olio. Fate riposare e, nel frattempo, cuocete la pasta (bucatini o pasta busiata, ma anche la corta va bene). Quindi, scolate e miscelate tutto in una zuppiera.

Foto di Clara Ippolito