Libera

Avrà quasi la mia età; ha i lineamenti delicati e splendidi occhi azzurri, evidenziati dalla matita celeste. Sorrido timida a quella sua delicata vanità femminile: una giovane barbona truccata non l’avevo mai vista. Parla da sola; il suo cane bello, nero, elegante, è  al guinzaglio e legato all’inferriata dei giardini. Scodinzola e annusa l’asfalto. Deve essere un tipo irrequieto. Il traffico riparte e io mi allontano mentre la continuo a osservare dallo specchietto retrovisore; giro la curva e la perdo, ma la sua immagine non mi lascia. La rivedrò domani. Infatti, anche oggi è ancora lì ed io, ritrovandola, avverto un’inquietudine insolita. Avrei voglia di conoscerla, di parlarle, di avvicinarmi a lei. Ubbidendo a questo irrazionale richiamo della mia volontà, parcheggio l’auto e mi dirigo verso di lei.
Mia madre disapproverebbe; mi sembra di  vederla che mi fissa diritta negli occhi e mi sembra di ascoltare il suo silenzio, così carico di rimprovero, che filtra dalle sue sottili labbra serrate. “Buongiorno” le dico. Il cane mi si avvicina e mi annusa le scarpe.
“Se sei un’assistente sociale, vattene. Voglio stare da sola”, mi risponde decisa puntando i suoi occhi nei miei. Sono proprio blu.
“No. – mi affretto a rassicurarla – il fatto è che io la vedo ogni giorno e oggi ho deciso di parlarle. Non so dirle il perché, ma è così.”
Mi sorride e, lo intuisco, apprezza la mia sincerità e supera la diffidenza iniziale, cominciando a raccontarmi di sé. “E’ tanto che nessuno mi ascolta” mi dice. Un’infanzia infelice, con un padre assente e una madre ossessiva, un’adolescenza trascurata, un sogno d’amore infranto, un’illusione cattiva. La sua vita come un gioco di prestigio senza trucco. La scelta di vagare, da sola, con un cane fedele a farle compagnia.
Parliamo come fossimo due amiche da sempre: ora è il mio turno e sono io a raccontarle di me. Mi stupisce la lucidità con la quale scruta nei miei pensieri, la semplicità con la quale indaga nella mia coscienza e io, con una facilità impensata, le parlo della mia noia per le giornate tutte simili, con le ore scandite dai soliti gesti e dai soliti riti, uguali a quelli di oggi e uguali a quelli di ieri, mentre  la mia vita mi scivola via così, come sabbia tra le dita. Le spiego di mia madre che mi tiene legata a sé, senza via di scampo, della mia libertà negata, del mio percorso segnato dal binario di convinzioni e scelte non mie ma che mia madre, al posto mio, ha costruito per me lungo il tragitto dei miei anni.
Piango e le dico tutto questo, senza finzioni e senza tregua.  
“Ci rivediamo domani – le dico  asciugandomi le lacrime e perdendomi nel suo abbraccio.
“Si. Ti aspetto. Voglio farti un regalo. Ti voglio preparare un pranzo. Tu porta il vino. A domani” – mi risponde.
E’ domani e io mi presento al nostro appuntamento con la gioia di stare con lei.
Mi piace il vino, so apprezzarlo, e avrei saputo sceglierne uno migliore, ma ne prendo uno adatto a questa strana occasione: un vino bianco confezionato in brik e afferrato a caso da uno scaffale del supermercato. “E’ per te” le dico.
Lei sorride e lo mette sotto l’acqua fresca che esce dalla fontanella vicina.
“E’ il mio frigo – ironizza – però per fortuna avevo questo “, mi dice mostrandomi una bottiglia di Frascati, asciutto e cristallino, come la nostra amicizia. Mi invita a sedermi per terra. Restiamo in silenzio. Prende un pentolino ammaccato che sistema su un fornelletto a gas arancione ancora spento. Guardo dentro: è vuoto.
Penso alle pentole d’acciaio di casa e alla ossessione di mia madre di averle sempre lucide. Apre una scatola di cartone e noto che contiene – non mi chiedo come –  tutto quello che occorre: c’è una scatola di pasta, olio, pomodoro, odori, sale. Ci sono posate, tovaglioli, utensili. E’ la sua dispensa. Comincia a preparare il sugo. Senza fretta, lentamente, sorridendomi e guardandomi con gli occhi blu carichi di amicizia per me. In due bicchieri di carta, come fossero calici di cristallo, versa il suo vino. Brinda dicendo: ”A noi due: alle nostre libertà”.
Il pentolino comincia a bollire sul fornelletto sgangherato; il profumo è delizioso.
Dalla scatola-dispensa estrae una pentola più alta e vi versa dell’acqua per cuocervi la pasta. Prende poi un telo che stende a terra a mo’ di tovaglia e apparecchia; strappa dal terreno due margherite e le dispone al centro. Comincia il pranzo. Prepara un piatto di pasta  anche per il suo cane, che scodinzola riconoscente.
E’ la pasta più buona che io abbia mangiato, anche se è scotta, e io ho intenzione di gustarmela lentamente e senza fretta, per far durare il pasto più a lungo mentre ricaccio via, come mosche impazzite, le parole che mia madre mi direbbe se mi vedesse qui, seduta accanto ad una giovane barbona, sporca e unta. Ma che fai, mi direbbe, sei pazza, ti prenderai il tifo. E’ una vera follia, startene lì, con una squilibrata che puzza.
Eppure tu, mamma, non ha mai saputo cucinare una pasta così buona per me, malgrado i pomodorini freschi, quelli della campagna di zia Giulia, l’olio di oliva extravergine, quello del frantoio del paese, malgrado gli spaghetti della miglior semola di grano duro. Questa pasta è buona, mamma. E’ migliore della tua. Ha il sapore migliore del mondo. Ha il sapore della libertà. Che io ancora non ho, ma che da adesso sceglierò di avere, mamma.
Via i legami, via vincoli, via i nastri che  hanno stretto la mia fantasia, via nodi che hanno soffocato i miei sogni, via le costrizioni che hanno ucciso i miei desideri. Via i tuoi stupidi pregiudizi. Ho deciso di liberarmi delle mie e delle tue inutili paure, mamma, e di difendermi dall’arroganza delle tue oppressioni. Non tornerò a casa, stasera, non aspettarmi mamma. Vagherò  per le vie di Roma, insieme a lei, tra le meraviglie di questa straordinaria città,  senza subire sopraffazioni, senza soprusi, senza sottomissioni, padrona del mio tempo, della mia voglia di vivere e di sbagliare. Libera.