La famiglia del piano di sotto

 

Adesso che era rimasta sola, anche senza la figlia Francesca che da più di dieci anni si era trasferita a Milano, era tutto diverso. Oramai era anziana, si avvicinava agli ottant’anni e il tempo, come la regina che mangia i pedoni, le aveva portato via, una ad una, le amiche di sempre, quelle con le quali aveva condiviso la scoperta della prima lavatrice, del primo televisore e della prima automobile comprata a rate con ventiquattro cambiali.
Nel palazzo non c’era rimasto nessuno dei vecchi proprietari.
Gli appartamenti erano stati venduti ed erano abitati da giovani coppie italiane, frettolose e distanti, che a mala pena la salutavano, o da immigrati che lasciavano le porte dell’ascensore sempre aperte e che inondavano le scale degli odori insopportabili delle loro cucine. Sì, proprio come quei Pakistani del piano di sotto che cucinavano dalla mattina alla sera al punto che lei non era libera neanche più di stendere la biancheria, tanto era forte l’odore di cipolla, di fritto, di unto. La colpa era stata di Pietro; lei gliel’aveva detto: ”Vendiamo e andiamo via da qui. Non è più il nostro quartiere. I nostri amici se ne sono andati e tra poco non resteremo che noi. Francesca è a Milano. I negozi sono gestiti da Cinesi e tra Pakistani, Indiani e non so chi altri, non posso scambiare neanche due parole…  Sono un’estranea a casa mia”.
Ma Pietro, ammalatosi, voleva chiudere gli occhi tra quelle mura che lo avevano visto, giovane e felice, affrontare la vita e percorrerla con gusto, con amore, con gioia. Tra quelle mura che avevano ascoltato le ninnenanne cantate a Francesca, che avevano sentito le parole d’amore dette alla sua bella moglie, che avevano assistito ai pranzi domenicali con gli amici, alle partite a scala quaranta o a tresette nel pomeriggio, al divertimento del sabato sera, seduto sul divano, a vedere gli spettacoli televisivi di varietà. Tra quelle mura che lo avevano visto preparare l’albero di Natale pieno di palline colorate per la gioia di Francesca, leggere il giornale nella poltrona rossa, la sua preferita, radersi, prima di andare al lavoro, nel bagno con le mattonelle rosa. No, non ce la faceva ad andarsene. Voleva morire lì, nel suo letto in cui aveva amato tante volte sua moglie.
Lucia si era lamentata più volte con il portiere e con l’amministratore del palazzo, ma senza risultati. Ah, se ci fosse stato Giuseppe, il vecchio portinaio! Lui sì che avrebbe fatto qualcosa, mica come questo di adesso, distratto, sgarbato e con l’orecchino che non l’aiutava mai a portare le buste della spesa, malgrado la mancia a Natale e a Pasqua.
La signora Alberti stava aprendo il portone, quando si girò di scatto: riconobbe l’odore. Eccoli lì, tutti e cinque: madre, padre e i tre bambini di dieci, otto e quattro anni.
Sono proprio brutti, bassi, sporchi. Certo, mi salutano ma io mi limito a un cenno, senza un sorriso né una parola. Devono capire che loro sono ospiti e che io sono una signora, una vera signora italiana. Per fortuna abito all’attico e non corro il rischio di essere disturbata quando zompettano su quelle gambette che somigliano a due rami storti di un albero. Però non gridano e parlano sempre a bassa voce, almeno questo. Sarà la religione. Però la puzza si sente. Ma che mangeranno mai. Questo diceva a se stessa, Lucia, continuamente, fragile e indifesa, nei suoi monologhi senza fine, carichi di rimpianti, di rabbia e di solitudine. Era in cucina a preparare il ragù per le sue fettuccine domenicali, a cui non rinunciava mai, quando la testa le girò e cadde a terra. Fu un attimo. Priva di sensi rimase lì, sul pavimento, per chissà quanto tempo; tanto, troppo da quello che intuì quando si risvegliò nel suo letto, con accanto un infermiere dalla faccia rossa che le sorrideva insieme alla coppia pakistana. “Cos’è successo?”chiese preoccupata. “Tranquilla signora…  – la rassicurò l’infermiere – ringrazi queste persone che hanno chiamato i pompieri e l’ambulanza. Se non fosse stato per loro, la casa avrebbe preso fuoco e lei …chissà!” Lucia guardò, imbarazzata, i due immigrati e rivolse loro un sorriso forzato. “Vi ringrazio – disse  – ma vorrei chiamare mia figlia”.  Stava per alzarsi per prendere il telefono, ma si accorse di non averne la forza. “Ci penso io, signora. Tu rimanere a letto” le disse la giovane donna, nel suo italiano imperfetto, porgendole la cornetta. “Francesca, non mi sono sentita bene, dovresti venire subito”. “Mamma non posso… devo partire per Londra. Ho una conferenza in cui sono la relatrice più importante. Ma sei sola? C’è qualcuno lì con te?” Silenzio. “Mamma mi senti? Ti prego, dimmi se sei sola…non costringermi a chiamare chissà chi!”. La signora Alberti guardò le sue mani tremanti.  Gli occhi sereni della giovane pakistana la osservavano: le passò il telefono.  Poi,  rimise la testa sul cuscino e lasciò che le cose andassero per come dovevano andare. Shaheen, così si chiamava, parlava con Francesca. Si stavano accordando. “Certo…tu tranquilla… per me come mamma… io guarirò lei… io starò vicino lei… ”Ebbe inizio una nuova amicizia anche se Lucia, sulle prime, era piena di diffidenza e di pregiudizi e accettava mal volentieri sia che Shaheen venisse a farle compagnia due ore la mattina e due ore al pomeriggio sia che la aiutasse a sistemare le cose di casa. Con il tempo il sospetto si allentò per far spazio alla riconoscenza verso quella giovane donna che, come una farfalla, si muoveva nella sua casa con delicatezza, con discrezione, con pudore. Mai un gesto scomposto, uno sguardo invadente, una parola di troppo.  Cominciarono i sorrisi e le piccole confidenze, che sgretolarono poco a poco quel muro di diffidenza che separava le due donne. Per Lucia la giovane pakistana era diventata una presenza indispensabile, come irrinunciabili erano diventati gli incontri nel pomeriggio con i tre bambini a cui dava ripetizioni di italiano e raccontava, instancabile, con voce coinvolgente e passionale tutte le favole che ricordava.  
Ristabilitasi completamente, decise di invitare una domenica a pranzo quella che, per volere del destino, era diventata la sua nuova famiglia. Come poteva rinunciare a riunirla attorno al tavolo per il pranzo domenicale, proprio secondo la tradizione italiana? Lucia era una bravissima cuoca e non avrebbe certo avuto difficoltà a scegliere un menù pakistano: glielo doveva per tutto quell’affetto che riceveva gratuitamente da quei tre teneri bambini, educati, rispettosi e dagli occhi brillanti di riconoscenza per lei, che restavano ad ascoltarla in silenzio mentre lei leggeva loro i libri, con il più piccolo che, inevitabilmente, si addormentava sul suo grembo, cullato dalla soavità della sua voce.
Emozionata come poche volte le era capitato negli ultimi anni, rinvigorita da una nuova forza che la rendeva sicura e allegra, apparecchiata la tavola, servì ai suoi nuovi amici stupiti, il Sindhi Biryani: il Masala, con il quale aveva condito il riso cotto al dente, unito alla soda carne di pollo e alle verdure, aveva inebriato la sala da pranzo con il suo forte odore, un misto di pepe nero, coriandolo, cannella, curcuma, chiodo di garofano, zenzero, noce moscata, fieno greco, peperoncino. Sopra un piattino, posto lateralmente ad ogni piatto piano, Lucia aveva disposto il roti, il pane di farina integrale e, in un vassoio di ceramica bianca decorato con delicati fiori rossi in rilievo, aveva sistemato il Kebab. Si era poi preoccupata di cucinare, per la gioia dei bambini, l’halva preparato con la pasta di semola e aromatizzato al pistacchio. In una brocca di cristallo di Boemia  versò il  Qehwa, squisito tè verde al gelsomino e riempì una caraffa di plastica arancione con il Lassi, il latte con yogurt per i piccoli. Tuttavia, Lucia, non aveva voluto rinunciare al sapore schietto, tradizionale e rassicurante del Cesanese di Olevano Romano. Non poteva farne a meno. Il pranzo domenicale di cucina pakistana divenne così un appuntamento fisso e irrinunciabile. Una mattina, mentre Lucia  stava uscendo per recarsi al mercato, fu fermata dal portiere che le disse imbarazzato: ”Le devo dire una cosa, signora. L’inquilina dell’appartamento di fronte al suo….” “Si? – lo interruppe curiosa. “Si, insomma…. la moldava…la signora Rodica…. dice che l’odore che esce dalla porta di casa sua è insopportabile e che se continua così sarà costretta a chiedere all’amministratore….”. La signora Alberti non lo lasciò continuare. Proseguì diritta, trascinando il carrello per la spesa, e disperse nell’aria la sua fragorosa risata, dando così le spalle ai pregiudizi del mondo.