La cucina indispensabile

Per quanto fosse loro affezionata, si era infatti stancata di insegnare a quei  bambini privilegiati della scuola del centro di Roma che, con la sicurezza della loro posizione sociale e l’abitudine agli agi del lusso, non avevano più bisogno di lei. Per questo Giuliana scelse una scuola dell’estrema periferia, quasi fuori città, di quelle lontane dal mondo, dove drogarsi non è un lusso ma una necessità, dove l’espediente è la logica quotidiana e dove l’improvvisazione è la norma non codificata. Gente senza istruzione, senza cultura, per la quale la scuola è un’istituzione a sé stante, slegata dalla vita dei figli i quali, nel migliore dei casi, sono da subito destinati a rimanere studenti a metà, al massimo fino ai sedici anni, per poi mettersi in cerca di un lavoro perché, dicevano, studiare è tempo perso e servono i soldi per campare: altroché se servono. Femmine e maschi, parrucchiere e meccanici con comunque un sogno di riserva sempre pronto nel cassetto per sperare di diventare velina o calciatore, perché non si sa mai. Arrivò settembre e la scuola iniziò. Suonò la campanella: le avevano dato una quinta. Diciotto bambini in tutto, dieci femmine e otto maschi con madri distratte, tatuate, procaci, esageratamente truccate così diverse da quelle altre mamme, a Giuliana ben note, magre e con le unghie corte, curate, le camicie bianche, gli orecchini di perle  e i mocassini blu senza tacco. Un’altra realtà. Un altro mondo. “Buongiorno, bambini. Io sono la vostra maestra…sicuramente faremo insieme delle cose bellissime”. Visi distratti, occhi distanti. Un ambiente ostile e disinteressato, lontano da lei. Confusione in classe, disattenzione, trascuratezza. Bambini abituati fino ad allora ad avere maestri frettolosi e indifferenti, per i quali “aver insegnato in questa scuola non è certo un vanto e dalla quale sono sempre voluti fuggire”, le aveva spiegato, con rammarico,  la Direttrice. Giuliana verificò il livello di preparazione che si rivelò insufficiente. Bisognava lavorare, ma i bambini erano demotivati, svogliati, per niente interessati. Convocò innanzitutto una riunione con i genitori per illustrare il suo programma: lo aveva preparato con entusiasmo. Voleva far capire loro  quanto fosse bella e importante  la scuola e  quanto studiare con serietà fosse un’arma vincente per riscattare quei bambini da un destino tiranno già segnato, che li avrebbe visti adulti impegnati a lavar teste degli altri o a riparare le macchine con le mani sempre sporche di grasso. Ma i genitori non si presentarono all’appuntamento e disertarono la riunione; Giuliana neanche si chiese il perché. La risposta di quell’assenza era evidente. Ci voleva un’idea, qualcosa di particolare, di diverso che fosse una vera scossa per quelle coscienze intorpidite dal niente, per quelle madri e quei padri presi da altro fuorché dal futuro dei loro bambini, rassegnati in partenza a un avvenire negato. Bisognava far capire loro che non era affatto così. Che la scuola poteva essere la carta vincente per cambiare una regola di un gioco già scritto e che vedeva quei  bambini nati perdenti. Giuliana finalmente ebbe un’idea. Allestì una cucina in classe. Una cucina indispensabile, dove il cibo fosse il collante tra la scuola e la famiglia. Il cibo come corda tesa a quegli scettici che separavano nettamente l’istruzione  dalla cultura. Il cibo per superare le barriere della loro diffidenza. Il cibo per esorcizzare la loro rassegnazione. Il cibo per avvicinare quei cuori lontani. Il cibo per far loro comprendere che i propri figli potevano anzi, dovevano, avere un futuro, perché studiare e leggere è un gusto. I bambini si dimostrarono entusiasti e felicissimi. Pentole, mestoli, posate, padelle, accessori, insalatiere, scolapasta, fornelletto. La parola corrispondente a ogni oggetto, a ogni ingrediente doveva essere trascritta dieci volte sul quaderno: acqua col cq, padella con due l, insalatiera con la s. Un divertimento completo. Ogni giorno una ricetta e ogni giorno una parola nuova su cui fare un esercizio di grammatica. Decisero il menù per la cena da offrire ai genitori: antipasti sfiziosi, pasta di bosco, stufato gustoso, insalata al chicco, macedonia e strudel della casa. Affettati, olive, pasta all’uovo, piselli, funghi, prezzemolo, pomodori, carne, mozzarelle, verdure, patate, mele, noci, pinoli, zucchero, olio, sale e quant’altro ingrediente passava tra le tenere mani inesperte ma sicure dei bambini che, da piccoli cuochi, impastavano, mescolavano, tagliavano, trituravano, amalgamavano in silenzio e con passione, condendo quelle pietanze con consapevoli sorrisi riconoscenti, pieni d’amore per la loro maestra. Allestirono poi la sala nella palestra della scuola che decorarono con fiori di carta crespa e palloncini variopinti. Prepararono tavoli da otto, ravvivati da deliziosi bouquet di fiori di campo e apparecchiati con stoviglie di plastica colorate. Al lato predisposero i tavoli delle bibite; acqua minerale e vino bianco Gavi di Gavi per esaltare la porosità dei funghi porcini della pasta del bosco, vino rosso Barbera d’Asti per accendere il gusto denso dello stufato di manzo e, infine, il Vin Santo Trentino per accompagnare la dolcezza dello strudel della casa decorato con zucchero a velo e amarene sciroppate. Giuliana era elegantissima: indossava una gonna nera e una maglia bianca soffice di lana; i bambini, vestiti di blu, avevano un grembiule di colore rosso rubino per servire ai tavoli con compostezza, allegria, vivacità, emozione e impegno.   Arrivarono i genitori. Giuliana lesse nei loro occhi perplessità  e diffidenza che si trasformarono, man mano che si consumava la cena, in stupore, in condivisione, in complicità, in partecipazione e in stima per quella maestra così diversa dalle altre, ma così attenta ai bambini e che aveva loro dimostrato, con semplicità, che genitori e figli dovevano procedere uniti nell’unico percorso praticabile ovvero quello della sfida a un destino che, per quanto scritto, lascia sempre un’opportunità.

Foto di Gusto Magazine