Il pranzo di nozze

Al grande chef Vittorio Di Palma spettava il compito di occuparsi del menù per rapire i palati degli importanti e autorevoli invitati alla cerimonia i quali, sedotti dai sapori delle sue pietanze, si sarebbero scambiati vicendevoli favori, avrebbero intessuto relazioni tra una portata e l’altra e avrebbero stretto alleanze con la stessa disinvoltura con la quale, come felini che hanno annusato la preda, si sarebbero aggirati tra i tavoli, per formali e convenevoli saluti. Un eccellente pranzo di nozze come un momento conviviale irripetibile. Vittorio era il loro chef, conteso da tutti e soprattutto da tutte. Era bello, affascinante e piaceva alle donne. Cinquant’anni, alto, biondi e folti capelli e occhi azzurri, intensi. Nato povero, aveva iniziato giovanissimo a lavorare presso la cucina della trattoria dello zio napoletano che si era trasferito a Roma da più di trent’anni. Zio Aldo gli aveva insegnato i trucchi del mestiere e gli aveva trasmesso la passione per la cucina. “O mangià è comme ‘na bella femmena:chiù l’allisc e chiù se ne scenne”. Vittorio aveva accarezzato cibo e donne alla stessa maniera e, con l’uno e con le altre, aveva avuto successo aiutato anche dalla fortuna che, girando nel verso giusto, aveva fatto sì che diventasse il Vittorio Di Palma di ora.  Fama, soldi, prestigio, porte aperte sempre e ovunque. Dopo il matrimonio con Chiara, sposata per forza e per errore perché incinta di Lorenzo, il suo unico figlio, ci furono solo avventure da poco e nulla più. Donne al momento e al bisogno, per quando aveva voglia d’amare, finché non era arrivata Flavia e con lei finalmente di nuovo l’amore, di quelli che fanno battere il cuore. Flavia insegnava lettere in un liceo di Roma; si erano incontrati in libreria dove lui aveva appena presentato il suo manuale di ricette, autografandone copie su copie, mentre lei, nascosta dietro una pila di libri, gli era passata accanto e gli aveva sorriso. “Si, è proprio lui”, disse a sé stessa. “Ma tu non sei Vittorio, Vittorio Di Palma, quello della III A?” Lui la guardò sorpreso. Pensieri confusi e la mano del ricordo che rovistava nelle pieghe più nascoste e profonde della mente in cerca di un indizio, di un frammento che avesse la forza di riportare a galla quello che in tanti anni aveva dimenticato.“Si, ero in III A e tu…” “Io sono Flavia… eravamo in classe insieme”. Iniziarono così a frequentarsi con la curiosità e il piacere del ricordo e con la tentazione di scoprirsi vicendevolmente finché, sopraffatti da una piacevole nostalgia, si ritrovarono innamorati l’uno dell’altra. Una storia d’amore in piena regola, con la zona d’ombra del marito di lei, dal quale Flavia non aveva alcuna intenzione di separarsi. Vittorio, invece ,l’avrebbe voluta tutta per sé, ma lei non era pronta a cambiare la sua vita per quella passione, per quanto coinvolgente ed emozionante fosse. Si frequentavano di nascosto, in incontri segreti pieni d’amore, scanditi dal tempo fugace  e incupiti dalla gelosia sempre più pressante di lui che opprimeva Flavia, fino a farla stancare e a costringerla a dire basta, è finita. Lui voleva altro, tutto quello che lei non voleva e non poteva dargli. Vittorio entrò nella cucina della villa settecentesca in cui si sarebbe festeggiato il matrimonio. I cuochi, agitati e indaffarati, stavano ultimando le ultime preparazioni. Vittorio rilesse il menù. Insalatina di mare alla frutta esotica, carpaccio di pesce spada marinato all’aceto balsamico di Modena e involtino di sogliola al timo su letto di spinaci e crema di caprino, come antipasti. Crespelle ai crostacei con pesto leggero di basilico, riso mantecato al radicchio rosso e formaggio di Fossa con carciofi croccanti e dorati servito in cialda di grana, come primi. Medaglioni di astice alla catalana e filetto di manzo alla Wellington separati dal sorbetto al pompelmo rosa e Martini Dry, per secondi piatti. Il tutto annaffiato da Ferrari Brut per aperitivi e antipasti, Bianco di Custoza per il pesce, Sangiovese Superiore di Romagna per il risotto e la carne e Champagne per la torta. Mancava solo il dolce e tutto sarebbe stato ultimato. Vittorio prese le tre torte di pasta margherita, già preparate dagli assistenti, e controllò che fossero del diametro giusto. Ma le parole che poco prima  aveva scritto a Flavia, in una lettera, stavano lì, amare eppure dolcissime e gli risuonavano nella testa.
Non ci sono torti o ragioni.
 Non ci sono vinti o vincitori.
 Ci sono modi di pensare, modi di essere, modi di reagire.
 Io so solo che mi aspettavo cose diverse da te.
 Senza recriminazione alcuna.
 Senza pretesa alcuna. Senza isterismo alcuno.
 Senza capricci, lo sai. Con lucidità. E guardo i fatti.
 Mi dispiace anzi, mi dà fastidio, dovermi ripetere, ma sono costretto a farlo.
 Banalmente, non ci vuole molto a capire certe cose.
 Ma se non c’è l’autentico desiderio di vedermi – perché, alla fine, è di questo che si tratta – che dire, che pensare?
 Ne devo prendere atto.
 Semplicemente, il tuo desiderio di vederti con me, non è della stessa intensità del mio di vedermi con te. O, comunque, non sei stata disposta “a fare di più”. Tutto senza rischio. Tutto troppo senza rischio. Non ti annoio con l’elenco di “avresti potuto fare e non hai fatto”: sarebbe ridicolo, inutile, infantile. Te lo dico solo per chiarezza (lealtà, ricordi?) e non per recriminare o incolpare”.
Anch’io ho un lavoro e anch’io ho un figlio al quale rendere conto.
 Ma io sono un amante. 
Non un marito o un fidanzato di cui ci si è stancati ma che bisogna tenere legato a sé.
 Certo, ci si può stancare anche degli amanti. 
Basta saperlo.
 Mi sbagliavo. 
L’amarezza è anche questa. 
L’amarezza è sapere di aver fatto delle scelte, per te, ma di essermi sbagliato. 
Pentito no, sbagliato sì. Come potrei mai pentirmi delle emozioni dell’attesa, della scoperta, del ricordo, della complicità, dell’ironia, dell’unione, della sorpresa, del desiderio che i nostri incontri  mi hanno dato?
 Io capisco che ci sono delle regole. 
Io rispetto le regole, lo sai. Te l’ho detto tante volte e te l’ho dimostrato. 
Però è assurdo e assolutamente contraddittorio in questo tipo di relazioni, non sentire la passione e il desiderio di condividere, di uscire, di vedersi. Di rischiare, anche, perché no?
 Dov’è il mordente?
 Perché anche questa storia ha le sue regole. Che vanno rispettate. Norme diverse, non standardizzate, non codificate ma che si riconducono ad un’unica regola: quella del desiderio.
 Con grande fatica (e ti assicuro che ne ho fatta tanta, di fatica) avevo accettato questa “relazione a tempo, cementata su sequenze sporadiche”, che non poteva ovviamente essere diversa. Ma per dire di sì a questa cosa avrei dovuto veramente percepire, sentire, essere rassicurato dal tuo desiderio per me.
Piccole cose, piccoli segni. Desiderio che si è affievolito col tempo, invece di rafforzarsi.
 Ma se non posso pretendere nulla da te, devo chiedere a me.
 Devo spiegare a Vittorio di quattro mesi fa, che è tutto finito.
 Certo, non è facile, ma ce la farò. E Vittorio capirà. 
Sapessi quanto mi costa spedire questo foglio.
 Tante cose belle. Di cuore. Per tutto.
 Non posso chiudere questa lettera, questa storia, mentendo a te e a me.
 Per questo ti scrivo, con convinzione (e con tanto altro che però non ti dico), Amore. Mio.”
Vittorio controllò la qualità della marmellata di albicocche che serviva per la farcitura, verificò che lo sciroppo freddo, preparato dai suoi assistenti, fosse perfettamente aromatizzato con il rhum, si preoccupò che il marzapane fosse sufficiente in quantità, preparò la glassa reale con lo zucchero, l’albume d’uovo e il succo di limone e scelse, per la decorazione, dolci roselline, mazzetti di fiori d’arancio e colombe bianche. Prese, dunque, le tre torte e le tagliò a metà per inumidirle con lo sciroppo e per farcirle di crema. Le ricoprì così di marzapane e, con una siringa riempita di glassa, eseguì le decorazioni, corredandole  di confetti bianchi, simili a batuffoli di neve caduti dal cielo.
La torta era terminata: un capolavoro. Vittorio diede le ultime disposizioni ai cuochi e si allontanò. Il suo compito era finito. Il pranzo di nozze sarebbe stato un successo.
E gli sposi sarebbero vissuti sempre insieme felici e contenti. A differenza di lui.

Foto di Peggy Porschen, Bord Bia e Piper-Heidsieck