Il cappello del cuoco

Gianna, sua moglie, dormiva placidamente accanto a lui e, da lì a qualche minuto, sarebbe andata in cucina a preparargli svogliatamente il caffè, per abitudine.
Soliti gesti ripetitivi, spenti, prevedibili, compiuti  per noia e non più per amore.
Armando si alzò, andò in bagno e si specchiò: sembrava più vecchio dei suoi cinquant’anni, a causa di una totale calvizie, iniziata molto precocemente, che aveva reso la sua testa lucida e liscia come una biglia di vetro.
Bevve il caffè, indossò la sua tuta da meccanico, come sempre lavata e stirata da Gianna alla perfezione al punto tale da destare l’ilarità dei suoi colleghi, prese le chiavi della macchina, salutò distrattamente la moglie e si recò all’officina dove lavorava come dipendente da più di vent’anni.
Il capo-officina era lì, con il suo solito grugno, pronto ad assalirlo come sempre:
”C’è da vedere la frizione alla Ford, i freni della Panda, gli ammortizzatori della Peugeot, la batteria della Yaris… e tutto entro due ore!”esclamò perentoriamente.
Il solito arrogante, prepotente; un uomo da niente, superficiale e senza scrupoli, con il quale tutti i dipendenti dell’officina avevano avuto di che ridire. L’unico che riusciva a sopportarlo era Armando che ingoiava sempre il rospo, come si dice. Almeno fino a quel giorno, in cui si  era stancato davvero e in cui avvertiva una tensione strana che, in realtà, lo torturava  da tempo. Mentre armeggiava con gli attrezzi sotto la macchina in riparazione, difendeva se stesso dalla noia e dall’insofferenza del momento, rifugiandosi nel pensiero dei meravigliosi soufflé che avrebbe potuto preparare in quell’istante, dei delicatissimi dolci che era in grado di fare come pochi, delle carni arrostite alla brace e delle tagliatelle tirate a mano che si scioglievano in bocca.
Quanto avrebbe desiderato trovarsi in una cucina tutta sua e quanto avrebbe voluto che ci fosse stato qualcuno con cui condividere tutto quel cibo. Non certo Gianna che, nelle sue isteriche quanto inutili  diete, non era in grado di apprezzare.
“Armando, Armando” – si sentì chiamare da una voce alterata che lo riportò alla realtà.
Uscì lentamente da sotto il ponte che teneva in alto l’auto sotto cui stava lavorando.
“Che c’è?” chiese al capo-officina.
“C’è che sei uno stupido, ecco che c’è… ancora non hai capito che ti devi sbrigare? Stai sempre lì sotto a perdere tempo… “
Una vita da niente, una vita sopportata, una vita tirata avanti, come veli trascinati all’altare da spose infelici.
Bastò un  attimo. Stavolta aveva esagerato. Il limite era stato superato.
Armando non gli rispose e, sotto gli sguardi attoniti dei presenti, andò a cambiarsi dicendo loro: “Io me ne vado”. Un’intuizione istantanea, una rivelazione inattesa. Armando, con una facilità che lo sorprese, capì che era giunto il momento.
“Me ne vado. Basta – ripeté con una risolutezza che non ammetteva repliche – fammi sapere poi cosa devo fare per la paga”.
Uscì dall’officina  tra lo stupore dei colleghi e la rabbia sbigottita del capo.
Libero. Finalmente. Una sensazione fantastica, una felicità autentica. Non era stato, poi, così difficile. Una rinascita. Una nuova vita e un ritrovato coraggio. Avrebbe pensato dopo a dirlo a  Gianna. Si incamminò lungo la strada e si fermò di fronte alla trattoria “Da Armando”. Quante volte aveva letto quell’insegna  e quante volte aveva sognato di poter essere lui quell’Armando. Una trattoria tutta per sé, in cui cucinare arrosti, paste e dolci, fritture, pesci, verdure. In cui essere felice. La serranda era tirata su, ma la porta a vetri era chiusa. Bussò. Un uomo anziano comparve al di là del vetro; aveva lo sguardo confuso e  indossava un grembiule ingrigito da lavaggi troppo frequenti. Gli disse: “E’ chiuso”. “Lo so, ma vorrei parlarle ugualmente”. L’altro gli aprì e lo invitò a sedersi ad uno dei tavoli di legno, con le tovaglie della sera prima ancora sporche.
Anche stavolta fu facile, molto più di quanto avesse immaginato, molto più di tutte le volte in cui, mentre si sbarbava o mentre guidava nel traffico, si era immaginato quella scena.
Gli raccontò della sua insoddisfazione, di quanto avesse deluso se stesso, di quanto fosse stanco di sé . Gli raccontò  dei suoi sogni, di quanto desiderasse che qualcosa cambiasse e di quanto fosse impossibile continuare a vivere così, sprofondato in una vita sempre uguale a se stessa, senza emozioni. A cinquant’anni doveva cambiare.
Quando ebbe finito di parlare, rimase in trepida attesa, consapevole che il suo destino era tutto lì, nella testa e negli occhi di quell’uomo anziano, dallo sguardo confuso ma dalla mente lucida. “Ti stavo aspettando. Ce ne hai messo di tempo – gli disse pacatamente Armando, l’altro,  mentre si alzava per prendere una bottiglia di Grignolino del Monferrato, robusto e profumato per brindare a loro due – io sono vecchio. Ho bisogno di qualcuno che mi sostituisca nella trattoria. Non ho figli, né nipoti. Sono solo. Ora, però, che ho te, non più. Vieni con me”. Si diressero in cucina. Armando entrò nel regno in cui avrebbe voluto entrare da tempo. Vide le padelle enormi, i mestoli, i coltelli, i piatti, le pentole, i fuochi, la dispensa, il frigo. Tutto era ordinato e pulito. Armando, l’altro, prese un grembiule dal cassetto e un cappello da cuoco che gli porse con garbo: “Ora vediamo cosa sai fare”. “Quello non mi serve” disse simpaticamente Armando, indicando il cappello da cuoco e alludendo alla sua calvizie. Iniziò: affondò il coltello in una cipolla che ridusse in spicchi di luna trasparenti, tagliò i pomodori a tre quarti, sminuzzò il sedano, tritò l’alloro, il prezzemolo, il basilico, l’origano,  riducendoli in un lucente composto verde e spugnoso che, nel tegame, riluceva del colore prezioso dell’olio d’oliva. Iniziò a soffriggere a fiamma vivace e nell’aria si espanse un delizioso profumo di fresco, di buono, di semplicità, di gusto. Poi, fu la volta degli arrosti e dei dolci che Armando preparò concentrandosi con raccoglimento, per domare la compattezza delle carni e per esaltare la soavità degli zuccheri. Armando, l’altro, si sedette per assaggiare. Convinto disse: “Bravo. Hai superato la prova. La trattoria è tua. Se vuoi, cominci stasera”. Come era stato facile cambiare vita. Come era stato semplice girare pagina. Perché, si chiese, aveva aspettato tutto quel tempo prima di farlo? Ma, forse, si rispose, l’attesa non era casuale. Forse prima non era ancora il momento. “Grazie – esclamò felice – ci vediamo fra due ore. Vado a prendere alcune cose”.
Arrivato a casa trovò Gianna seduta sul divano, nervosa. “Cos’è questa storia che ti sei licenziato? Sei impazzito? Che ti succede?” “Succede che lascio anche te. Me ne vado, Poi, ci risentiremo per accordarci”. Andò in camera da letto, prese dall’armadio la valigia marrone, quella dei loro rari viaggi,  e la riempì delle sue cose, le prime che riuscì a trovare, cercando di fare più in fretta possibile per sfuggire alla collera della moglie.
La osservò bene: non c’era alcuna traccia della Gianna di vent’anni prima. O, forse, era sempre stata così, magra di carne e arida di cuore, solo che lui non se n’era mai reso conto. Via, via, via, via anche da lei. Tornò in trattoria e Armando, l’altro, gli disse:”Devi preparare due primi, uno di minestra e uno di pasta asciutta, due secondi, uno di carne e uno di pesce, oltre i contorni di verdure e patate, poi i dolci e, ovviamente, gli antipasti. Gli ingredienti sono lì!”. Armando indossò il grembiule – ma non il cappello – e cominciò a cucinare.  Il cuore gli batteva forte e con le mani lavorava gli ingredienti con delicata fermezza, come fossero belle donne da accarezzare. Ben presto la cucina si riempì di profumi deliziosi, aromi squisiti che si sprigionavano nell’aria fino ad arrivare fuori la strada e catturare l’attenzione dei passanti. Con la testa bassa, china su un ragù fumante e con gli occhi offuscati dai fumi di cottura, Armando non si era accorto di essere osservato. “Che profumo” gli disse, infine, una donna della sua stessa età, che lo stava guardando da alcuni minuti. Una visione. Un attimo, un istante e se ne innamorò,  rapito dal  pudore che lei sprigionava dallo sguardo, colpito dall’intelligenza del suo piglio, affascinato dalla delicatezza della sua voce, conquistato dalla soavità del suo cuore e sedotto dal profumo di acqua di rose che emanava la sua pelle. “Lei è Aurica. Viene dalla Romania e mi aiuta in cucina. Da oggi, aiuterà te!” gli disse Armando, l’altro, presentandogliela. Da lì a un anno, Armando e Aurica vivevano insieme nella casa di lei, condividendo il lavoro, le passioni e l’amore. La trattoria ebbe il successo che meritava e Armando capì cosa fosse la felicità. Una mattina, mentre Aurica, cantando sottovoce, gli preparava  il caffè e lo aspettava per sorseggiarlo insieme, Armando, chiuso in bagno a radersi la barba, vide, riflesso nello specchio, qualcosa sulla sua testa. Passò una mano e sentì al tatto una leggera peluria che gli solleticava il palmo. Sorpreso, guardò meglio. Erano capelli. Veri capelli. Da lì a poco avrebbe  potuto  indossare il suo cappello da cuoco. E, allora, la sua felicità, sarebbe stata perfetta.