New York-Torino: Eataly andata e ritorno

Nasce così nel 2007 Eataly, nello stabilimento di una vecchia fabbrica della Carpano nel complesso del Lingotto. Centinaia di metri quadrati di delizie per il palato e per gli occhi, un vero e proprio universo epicureo che rimanda ai toni di un antico borgo: il salumiere, la macelleria da una parte, l’odore di pane che richiama più in là, e poi il mercato della frutta, la latteria, il pescivendolo (che non strilla però!), l’ortolano, lo spazio per chi vuole leggere i giornali, i libri in vendita nella libreria e, tocco di modernità, le postazioni internet. Ce ne sono sei in tutta Italia, altre di successo in Giappone ma, prima dell’attesissima apertura nella Capitale prevista per marzo 2011, non potevamo astenerci dal fare giusto una capatina in quella che è la sede più recente e chiacchierata di Eataly: 200 Fifth Avenue, New York. Dunque, immaginiamo di passare dal delizioso borgo ad una lussuosa boutique di Manhattan: questo più o meno quello che Farinetti è riuscito a fare con questo salto oltreoceano. Devo ammettere che è con un pizzico di orgoglio e di compiacimento che un italiano amante della buona cucina entra in questo tempio dorato consacrato al nostro Paese. Un riscatto rispetto ai numerosi ristoranti della Grande Mela dove, con l’etichetta di “italiano” come fosse un marchio di qualità ,vengono propinate dubbie vivande che di italiano hanno ben poco. Pizza spaghetti e mandolino addio! Eataly is Italy! Da restare a bocca aperta. Donne in carriera dai tacchi a spillo vertiginosi sfilano decise tra gli ordinati scaffali strabordanti di costose bontà italiane, uomini di affari, gente certo con un budget non proprio limitato entra qui come in una delle  numerose boutique che precedono questo posto di perdizione lungo l’elegante Fifth Avenue, il celebre viale dello shopping a Midtown. Siamo di fronte all’imponente Flatiron Building, il grattacielo a forma di ferro da stiro che taglia la Broadway dalla 23rd Street, in un antico palazzo di quindici piani che richiama tutta l’eleganza dei palazzi signorili del Bel Paese. Un investimento da 25 milioni di dollari al quale hanno preso parte anche i celebri chef americani Mario Batali, Joe Bastianich e sua madre Lidia, ai quali sono affidati tutti quei progetti di didattica, le degustazioni, i laboratori e i corsi di cucina che fanno del mondo di Eataly qualcosa che va ben oltre il semplice concetto di punto vendita. 5000 mq che si estendono intorno alla “Piazza”, il punto di incontro essenziale dove tanti italiani e molti americani facoltosi sorseggiano buon vino e aspettano di essere serviti su alti tavolini in ferro battuto senza sgabelli (è tipicamente newyorkese mangiare in piedi). Di qui si diramano le varie aree tematiche ognuna con il suo seating point e relativo ristorante: ce ne sono sei di carne, pesce, pasta e pizza, verdure, panini e, ultimo, quello dedicato alla birra. Sembra tutto perfetto. E il design e l’apparenza di questo locale bellissimo non tradiscono l’originalità dei prodotti. A completare il quadretto del tipico spazio italiano: il bar, la gelateria, la pasticceria, la focacceria e la rosticceria. Definito dal New York Times “gigante e strabiliante”, “un circo massimo”, questo enorme mercato del buon gusto è un paradiso per i gourmet, o semplicemente una boccata d’aria fresca e un’alternativa divertente per chi, pur soltanto per curiosare, si concede giusto un caffè o qualche sfizioso prodotto. È curioso pensare a come gli italiani che un secolo fa questi grattacieli li hanno costruiti, rimasti noti per essere gli unici immigrati a boicottare le mense di cantiere nonostante l’estrema adattabilità a tutto, hanno gelosamente trascinato per un secolo una tradizione culinaria che, ripulita, è ritornata oggi oltreoceano, occupando finalmente un posto in prima classe. Non resta adesso che attendere di vedere di quali altre meraviglie saprà stupirci Oscar Farinetti nella splendida cornice capitolina.

Foto di A. Paola Sgobba