Dalle dita alla forchetta

Laurence d’Arabia racconta nelle sue memorie quanto tempo dovette impiegare per imparare a farlo elegantemente come un vero arabo. Ma quando le posate si sono state iscritte all’anagrafe? Quando l’alba della civilizzazione si affaccia sul Mediterraneo, prima in Grecia e poi a Roma, qualcosa che assomiglia alle posate e che è in uso nelle mense signorili. I reperti archeologici ci tramandano una precisa testimonianza di forme e di usi. In epoca imperiale  le lingule, antenate delle nostre forchette, sono un piccolo attrezzo con la testa a forma lanceolata, con il quale non doveva essere difficile raccogliere dal piatto un pezzetto di carne bollente. L’attrezzo con il tempo si perfeziona: non era sufficiente infilzare il pezzetto di cibo senza scottarsi, era anche necessario che il pezzetto non cadesse e, allora, sembrò abbastanza semplice costruirne uno che, invece, di un rebbio ne avesse due. Ma questi  utensili, che sono attrezzi sofisticati, rimangono in uso soltanto nel raffinato mondo bizantino, erede per molti secoli ancora della cultura romana. A Bisanzio, dove Costantino trasferisce la sua Corte, i modi di vita si dilatano, si raffinano, e verranno restituiti all’Europa quando, dopo la lunga parentesi delle invasioni dei popoli migranti, il mondo occidentale sarà in grado di apprezzare uno stile di vita più raffinato. Tuttavia l’antenato della nostra forchetta non sparisce del tutto nei secoli di passaggio: lo si trova ancora raro in codici miniati dal VI al IX secolo, ma certo l’uso per i più dovette diventare sconosciuto. E dobbiamo arrivare all’anno mille quando il figlio del Doge Orseolo porta a Venezia in sposa Maria, figlia di Cristiano IX, imperatore d’Oriente. La giovanissima sposa porta con se una ricchissima dote, nella quale erano compresi, agli occhi esterrefatti dei veneziani, delle stranissime forcine d’oro a due punte con le quali la principessa infilzava il cibo. La cosa fece subito scandalo fra i benpensanti, che lo consideravano un attrezzo di perversione inventato dal diavolo.
E più tardi, padre Dante e il Boccaccio usavano le forchette? Difficile a dirsi, ma un coevo  arciprete pisano, nel suo per noi prezioso testamento che data al 5 ottobre 1298, lascia in eredità oltre a coltelli e a cucchiai anche “IIII forcellas argenteas” per cui ci viene da pensare che il buon arciprete fosse un seguace delle buone maniere a tavola, dettate dal già celebre Bonvesin della Riva.
Nella Firenze del Boccaccio, nelle famiglie bene delle sue novelle una forchetta a uno, due o più rebbi già si usava, non foss’altro per infilzare quello gnocco bollente che scivola giù da una montagna di parmigiano per tuffarsi in un fiumicel di Vernaccia. Lo chiamavano anche imbroccatoio, per quella sua funzione che era appunto quella di imbroccare, di infilzare, un boccone troppo caldo. Da questo momento, nelle sale da pranzo dei vip, la forchetta d’argento compare spesso. Sono finiti i tempi in cui uno si porta il coltellino da casa per infilzare il cibo! Questa rimane un’abitudine dei villani arricchiti, guardata ora con orrore anche dalla sempre più folta schiera dei seguaci del bon ton a tavola.
Tra il Quattrocento e il Cinquecento le posate si fanno numerose sulle tavole anche delle classi medie. Le forchette – i pironi, come allora si diceva a Venezia – erano tuttora guardate con sospetto dalle autorità religiose e non dimentichiamo che siamo in tempi di Inquisizione. L’etichetta era quella delle tre dita! Con l’andar dei tempi, la forchetta  arriva in tavola con il coltello e con il cucchiaio; ma ancora alla fine del Cinquecento tutto questo apparato di attrezzi è visto all’estero come un segno di snobismo e di mollezza delle raffinate Corti italiane. Ma ormai il dato è tratto e dal Seicento in poi l’uso della forchetta, a sentire i viaggiatori stranieri che percorrono lo Stivale, va facendosi generale anche presso le classi medie.
Benché diffuso l’uso delle posate, ancora durante il secolo dei lumi e in quello successivo, c’era ancora chi pensava di poter utilizzare le dita, ma non appena un velato benessere gli apriva le porte, ecco che la forchetta compariva sulla sua mensa. Un viaggiatore francese del Grand Tour, che scende nel sud nell’Ottocento, ci ha lasciato una curiosa descrizione di un brigante, che porta appesa una bandoliera dalla quale pendono “…una scimitarra e una forchetta, un cucchiaio e un pugnale…”. Il vento della rivoluzione francese aveva soffiato anche fra i boschi e le forre del morente Regno di Napoli.  

Foto di Oretta Zanini De Vita