Chi va al mulino. Piccola storia di un luogo antico

La molitura del grano è forse il mestiere più antico del mondo: si cominciò con lo schiacciare le granaglie raccolte su una pietra e qualcuno aveva così inventato una sorta di  mulino. Con i millenni l’arte si era andata perfezionando e alle pietre si sostituirono le ruote mosse a mano e poi dagli animali. Un grosso passo avanti si fece quando qualcuno inventò le ruote mosse dall’acqua che permisero di aumentare  la produzione di farina. Certo, questo problema dovette intrigare non poco gli ingegneri romani, data l’enorme richiesta in una città che, all’alba del I sec. a.C.,  contava un milione e più di abitanti. E la cosa dovette intrigare anche Vitruvio, il grande architetto militare del I sec. a.C, il quale progettò un mulino azionato ad acqua, forse ispirato da un vecchio sistema persiano che consisteva in una ruota che con pale sollevava l’acqua. Era un’ antica tecnologia in uso anche in Grecia (ad Atene ve ne era uno montato nell’agorà) e in Egitto fin dal V-IV sec. a.C; e gli studi vitruviani dovettero avere grande successo se, nei pressi di Pompei, una ruota idraulica orizzontale per la macinazione dei cereali è venuta alla luce dopo l’eruzione del 79 d.C. Questa tecnologia fu, però, perfezionata dall’architetto romano usando le ruote poste verticalmente.
Il passo successivo fu quello di azionarle con acqua presa dall’alto invece che da sotto, il che aumentava la potenza di lavoro. Questa soluzione, però, poteva essere adattata solo a situazioni morfologiche particolari: cascate d’acqua, forre e ì, comunque, le ruote dovevano essere poste in corsi d’acqua a regime piuttosto costante e con velocità rapida. Ecco allora perché i mulini di epoca romana erano generalmente alimentati dagli acquedotti. Il miglioramento nella produzione era di tutta evidenza: i resti di un mulino romano trovato a Venafro, con una ruota di due metri di diametro, alimentato con l’acqua da sotto poteva macinare circa centottanta chili di grano in un’ora, mentre lo stesso ingranaggio azionato da uomini o da animali ne macinava a malapena tre o quattro chili in un’ora.
A partire dal IV sec D.C il paesaggio rurale europeo si punteggia di mulini ad acqua, migliorato con il contributo delle tecnologie arabe. I nuovi conquistatori realizzarono importanti opere di canalizzazione, bonificarono terreni per facilitare la distribuzione delle acque e il loro utilizzo anche per l’agricoltura. La mancanza o rarità di fonti scritte non ci permettono di datare esattamente la distribuzione geografica di questi preziosi strumenti di lavoro; quel che possiamo dire è che accanto a queste strutture, per altro costose a realizzarsi, le piccole comunità o le stesse famiglie continuarono a macinare il grano a mano o con l’aiuto degli animali. Certo, gli impianti di molitura più imponenti appartennero a monasteri, a vescovati e alle grandi proprietà terriere, che videro anche in questo un buon motivo di lucro. Intanto perché per poter installare impianti idraulici di quel tipo bisognava possedere diritti sulle acque, diritti che venivano concessi solo su autorizzazione regia ed inoltre era necessario possedere numerosa manodopera e le risorse economiche necessarie alla realizzazione.
Ma che fare se all’improvviso  l’acqua  viene a mancare?
  Come sempre, necessità aguzza l’ingegno ed è quel che ci racconta Procopio nella sua Guerra Gotica: durante l’assedio di Roma del 537 d.C, non riuscendo i Goti a risolvere in loro favore l’attacco, pensarono di mettere la città in ginocchio tagliando gli acquedotti che la approvvigionavano. Si fermarono, dunque, anche tutti i mulini che erano azionati dalla forza idraulica. Il generale Belisario, che comandava gli assediati, pare si inventasse, proprio lui, di posizionare le mole fra due barche dentro il Tevere, nei punti dove la corrente era più forte, in modo da far funzionare ugualmente le macine. Questa invenzione si diffuse rapidamente in tutta Europa e per diversi secoli questi mulini galleggianti operarono nei fiumi. Gli inconvenienti naturalmente non mancavano, poiché gli attracchi alle rive erano fragili e le piene spesso li strappavano dagli ormeggi mandandoli a intralciare la navigazione. L’andirivieni dei muli carichi che scendono e salgono lungo le passerelle di legno che davano accesso al mulino, faranno parte del paesaggio romano ancora durante l’800.Stampe dell’Archivio di Oretta Zanini De Vita