Cerdeña, l’altra anima del Vermentino

Stiamo parlando della Sardegna, luogo in cui viticoltura vuol dire sacrificio e tenacia nel domare una terra a volte sin troppo severa e assecondare un clima solo apparentemente benevolo. Sole, vento e acqua sono le forze di questo ambiente a tratti ancora primordiale: croce e delizia per tutti quei vignaioli che vengono rapiti dal “genio” della sperimentazione e dal “demone” della sfida.È questo il caso della famiglia Argiolas, punto di riferimento dell’enologia isolana, che dal 1938 cura i vigneti e fa vino nel comprensorio di Serdiana. Qui, nel caldo e solatio Campidano di Cagliari, tutto è cominciato con Antonio Argiolas, scomparso alla fine di giugno dello scorso anno all’età di 102 anni. Quest’uomo ha realmente vissuto le “età del vino contemporaneo”, cogliendone lo spirito profondo, misurando insieme opportunità, lusinghe e inganni. Un maestro d’esperienza capace di passare dalle damigiane impagliate al Turriga, vino-sogno prima e splendida realtà poi: “creatura condivisa” con l’amico e maestro Giacomo Tachis.  Il testimone oggi è nelle mani dei figli di Antonio, Franco e Giuseppe, che insieme all’enologo Mariano Murru, continuano a mettere in risalto, ma al contempo a trasformare e arricchire, la tradizione enologica del sud della Sardegna. Nasco, Carignano, Bovale, Cannonau e, soprattutto, Vermentino sono le note  del “pentagramma” ampelografico, su cui la famiglia Argiolas traccia la sua “musica del bicchiere”, che vibra tra radici e sperimentazione. Un esempio di interpretazione quanto meno singolare del territorio e per certi aspetti innovativa è proprio il Cerdeña, un Vermentino di razza. “Questo vino – ci racconta Mariano Murru – nasce dal desiderio di realizzare un bianco da gustare a distanza di diversi anni dalla vendemmia, utilizzando il vitigno Vermentino da sempre emblema di vino fresco e fruttato da consumare giovane”. Tuttavia quello che colpisce del Cerdeña è l’equilibrio tra la carica aromatica dell’uva e un carattere di fondo quasi senza uguali nel panorama isolano, che impressiona per grassezza gustativa, pur non disdegnando una distintiva anima minerale e territoriale. Il segreto sta nel mix di terra, uva e volontà: l’incantesimo migliore per godere di un gran calice. “Le uve del Cerdeña – prosegue Murru – provengono da vigneti di oltre 25 anni di età, allevati su terreni di altissima qualità. La bassissima produzione per ceppo fa sì che le uve vadano a perfetta maturazione consegnando una materia prima ricca di estratti, capace di reggere la fermentazione e l’affinamento in legno. Contribuisce al miglioramento della struttura del vino anche un pizzico di Nasco, vitigno usato solitamente per l’ottenimento di grandi vini da dessert, ma che raccolto anticipatamente fornisce un vino di particolare armonia gustativa”. La denominazione utilizzata è la Igt Isola dei Nuraghi e le uve provengono dalla tenuta Sinfisi nell’area di Siurgus Donigala,  tra i 250 e i 300 metri di altezza. Qui i suoli derivano da sedimenti calcareo-marnosi e sono ricchi di minerali. A livello climatico l’area è caratterizzata da inverni assai miti con piogge scarse ed estati molto calde ed esposte ai venti. La vendemmia viene effettuata nelle prime ore del mattino, per conservare al meglio il ricco bagaglio aromatico delle uve. Una volta in cantina si procede alla pressatura soffice con decantazione naturale. La fermentazione si svolge in barrique, così come l’affinamento e una sosta in vetro di 6-8 mesi precede la commercializzazione. Prodotto per la prima volta nel 2000, il Cerdeña, ha vissuto delle sottili trasformazioni, così come ci conferma ancora Marriano Murru, quando dice che “nell’arco degli anni si è cercato di mitigare meglio l’influenza del legno per avere maggiore freschezza e un carattere del vitigno di provenienza più definito. L’immagine è stata poi migliorata modificando etichetta, bottiglia e capsula, ma lasciando sostanzialmente intatta la carta nautica del XIII secolo che ritrae la nostra isola e che identifica il vino con il territorio”. Proprio quest’ultimo elemento è la pietra angolare del Cerdeña, un grande bianco che, seppur moderno, non lascia mai spazio a mode o piaggerie di maniera, mostrandosi in tutta la sua mediterraneità, forte nel valorizzare e sottolineare una terra e un vitigno, oltre alla maestria di una famiglia del vino italiano.    

Degustazioni

2007

Dorata la veste. Olfatto ricco,  con un bel mix floreale e fruttato che sottolinea acacia, banana, pesca e ananas, avvolti da miele, vaniglia e macchia mediterranea. Fresco e setoso al palato, di buon corpo ed elegante sapidità, capace di svolgersi in una spiccata e lunga mineralità.
 
2006

Oro verde. Dolce al naso, maturo nel frutto di pesca, fico d’india, kiwi e gelatina d’arancia; il tutto accompagnato da vaniglia, burro e miele. Vibrante l’ingresso in bocca, nell’insieme morbida ed equilibrata. La sapidità di fondo sottolinea ritorni fruttati, minerali e un finale di caffè.  

2005

Oro luminoso e raggiante, schiude un goloso frutto al naso, ben fuso con pasticceria, vaniglia e fiori appassiti. Un’importante mineralità di salgemma e gesso attraversano il quadro, che coinvolge anche tostature di caffè. Molto morbido in bocca, equilibrato, di grande consistenza e sorretto da una vitale sapidità. Lunga la persistenza aromatica.

2001

Giallo dorato deciso e carico. Tostato di caffè all’olfatto, caramello e minerale di grafite, che lasciano via via il campo a dolcezze di pasticceria, cedro candito, confettura di fichi e macchia mediterranea. Equilibrato al gusto, di trama calda ma dalla sapidità sottilissima e decisa, che poggia su un corpo importante. Croccanti le mineralità e golosi i ritorni di pasticceria.

Foto Azienda Argiolas